Funnies


Vigilia di Natale, Natale, Santo Stefano; relax (ma non a tavola) nei giorni successivi per prepararsi alle fatiche dell’ultimo; quindi ultimo dell’anno, pranzo di capodanno (solo chi riesce ad alzarsi in tempo), epifania, più tutte le domeniche che ci stanno in mezzo; una maratona estenuante che, grazie a panettoni e zamponi o abbacchi e pastiere a seconda della latitudine, il tutto corollato da intingoli e budini farciti, aggiunge chili di grasso alle nostre già paffute pance.

Qui no.

Qui esiste l’Avvento. Cioè, l’attesa per la nascita di Cristo.

Ora, io personalmente non sono espertissimo di teologia, però so che l’Avvento esiste in tutte le religioni cristiane, ovvero cattolici, ortodossi, anglicani; e luterani, come la maggior parte dei danesi. Ma non sto discutendo di religione, bensì di come questo periodo viene vissuto.

Da noi l’Avvento nel senso religioso della parola è una cosa tranquilla, passa quasi inosservato inghiottiti come siamo dalle tremila cose al giorno da fare, più le additive 500 perché arriva Natale e dobbiamo comprare i regali e prenotare l’abbacchietto.

Quando scrivo che qui “esiste” l’Avvento voglio dire che l’attesa dell’evento è una cosa che investe tutti; anche chi non è propriamente legato alla religione vive e rispetta i tempi dell’Avvento, almeno come una tradizione.

Da un certo punto di vista non è sbagliato: l’attesa è bella in sè; è preparatoria e ti permette di arrivare a Natale pensandoci tutti i giorni: che tu sia credente o meno non arrivi a dire oh cazzo è Natale -dopodomani- per quindi correre a comprare regali litigandoti quell’ultimo pezzo disponibile con l’altro milione di persone che hanno fatto come te, avendo a che fare con commesse, poverine, ormai stanche per il periodo estenuante, in più isterizzate dal Santo Rush Finale, il Fotofinish Della Strenna.

In pratica correre, più del solito. E dimenticarti di cosa è effettivamente Natale.

Essere tutti -ma proprio tutti- in attesa aiuta: significa non avere tante occasioni per dimenticarselo, anche se la tua azienda non ha ancora raggiunto il budget annuale e impazziscono tutti come le formiche di una tana appena calpestata.

Intanto i regali di Natale sono fuori già a novembre, così ci si può programmare in largo anticipo un bel giorno di ferie e andare a comprare regali senza il “patè d’animo” del budget dell’azienda. OK, dovrai aspettare un mese o più prima di consegnarli, ma anche questo fa parte della logica, della tradizione, dello stato d’animo dell’attesa.

Poi c’è questa cosa del 24. Il Natale viene festeggiato il 24, tanto per cominciare. O meglio, tanto per finire. In particolare, l’Avvento parte la quarta domenica prima di Natale, quindi intorno al primo di dicembre. Tutti i giorni di Avvento sono giorni speciali, e le 4 domeniche sono domeniche _molto_ speciali.

Vendono e regalano calendari speciali con i giorni da 1 a 24 e grosse domeniche rosse, per aiutare a ricordare.

Vendono delle serie di candele, 24 pezzi, ognuna con in cima uno sciogliendo numero da 1 a 24, che vanno accese una per giorno. Più, naturalmente, candeloni stile dinamitardo per le domeniche.

Noi abbiamo un alberello di Natale con 4 portacandele, che si suppone debbano essere accese prima una, poi due, poi tre, ed infine quattro quando sei all’ultima domenica. Noi blasfemi, lo confesso, di solito le accendiamo tutte e quattro perché l’alberello è più carino così, tuttavia anche lui è stato pensato in questa logica :)

I bambini ricevono un regalino (piccolo, ma per rendere il giorno speciale) ogni giorno di Avvento. I più grandicelli ricevono un regalo, più sostanzioso, ma solo nelle domeniche.

Nelle scuole, i più piccini hanno dei regali pronti, in numero pari al numero degli scolari nella classe; ed ognuno di loro lo riceverà, al tasso però di una consegna di regalo al giorno; e gli altri, quel giorno, a bocca asciutta. Lo stracciamento di vesti che talvolta opera il piccino quando non è il suo turno fa pure parte di educazione all’attesa. In quest’ottica il più fortunato è quello che lo riceverà per ultimo; anche se ancora non lo sa e talvolta appunto dimostra sonoramente di non essere ancora al corrente :)

Esistono addirittura dei gratta e vinci con 24 caselle da grattare, una per giorno, più una per ogni domenica di Avvento. E c’è una pubblicità dove una bambina nel cuore della notte scende le scale, entra in salotto, cagna il babbo che sta grattando i giorni successivi e gli fa un cenno di disapprovazione.

Lo so che un gratta e vinci di per sè non può essere rappresentativo, ma è per dire che anche la cosa meno spiritualmente legata al Natale fa ordinatamente parte dell’attesa, come tutto il resto.

Poi, dopo il 24, game over. Natale è andato e si volta pagina. Comunque coraggio, al prossimo Natale mancano solo 11 mesi invece che 12!

Non resta che prepararsi alle gradazioni alcooliche del party dell’ultimo dell’anno :)

Il Danese è una lingua strana. Ne ho già parlato; il ceppo è prevalentemente anglo-germanico, ma tante parole del vocabolario vengono dal latino. Ci sono parole che assomigliano molto a parole inglesi o tedesche e per niente a quelle italiane, e parole che assomigliano molto a parole italiane e per niente a quelle altre. Un minuscolo compendio:

– Inglese
Kan = Can (nel senso del verbo, non di lattina)
Fyret = Fired (licenziato)
ny = new (nuovo) in questo caso non si assomigliano nella scrittura ma nella pronuncia sono as-so-lu-ta-men-te identiche

– Italiano
Otte = Otto (8)
Flaske = Fiasco (bottiglia in generale)
Gratis = Gratis
Cirka = Circa

Da questo ragionamento verrebbe spontaneo pensare che le parole:
– O assomigliano a quelle inglesi/tedesche
– O assomigliano a quelle italiane/latine
– Oppure sono parole a sè stanti come naturalmente ogni lingua ha, come ad esempio omgivelser o hyggeligt; le quali, più che stimolare ragionamenti etimologici, a dispetto del significato assolutamente innocuo (e anche confortevole come nel caso di hyggeligt), stimolano il basso ventre, impedendo ogni ulteriore ragionamento razionale.

Intendo che si tende ad escludere che ci siano trabocchetti, come i “falsi amici” in inglese tipo “cold” che vuol dire “freddo” e non “caldo”, oppure “dent” che vuol dire “ammaccatura” e non “dente”. Non so se mi sono spiegato.
In pratica: sembra tutto chiaro!

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Andando in giro per Copenhagen ci sono, come in tutto il resto del mondo, i cartelli pubblicitari che reclamizzano i nuovi film in uscita.

Diversi film sono di produzione danese e quindi non esattamente conosciuti: se vedessi un cartellone che parla di Mission Impossible col faccione di Tommaso Crociera capirei di cosa si tratta; ma per i film danesi, anche avendo a disposizione l’immagine, il titolo e gli attori, non riesco comunque a capire il genere.

Ne vedo uno.
Gente seria nell’immagine.
Dimènticati di capire il significato del titolo.
Gli attori hanno nomi che in confronto “Olaf il Vichingo” sembra che venga dalla Valtrompia.

Dopo il titolo però c’è una scritta: –>”I Biograferne”<–.

Sembra un sottotitolo, tipo titolo: “Giulietta e Romeo” sottotitolo: “Una Storia d’Amore”, non so se mi spiego. Bello, una cosa che ti prende dentro.

Fantastico, dico, non ho capito un cazzo del resto ma ho un indizio: è un film biografico.

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Due settimane dopo vedo un altro film reclamizzato: come al solito attori e titolo ignoti, ma anche qui gente seria nell’immagine, aria drammatica, e di nuovo sotto il titolo la scritta “I Biograferne”.

Sono così certo della mia supposizione linguistica che parto con delle considerazioni e dico azzo però sti danesi, appassionati di biografie; sembrano oltretutto film introspettivi tipo Allen, Bergman; bella cosa che il cinema danese produca tante pellicole di questo tipo; indice di profondità dei registi ma anche del pubblico; e il fatto che li proiettino nei multisala indica che ci va tanta gente, bravi!

E parto per la tangente con delle considerazioni sociologiche, come al solito. D’altra parte la laurea ad honorem in sociologia dovrebbe essere in arrivo, per cui i miei sforzi sono giustificati.

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Dopo una settimana esce un altro film, altri cartelloni. Dal titolo ancora nessun indizio, ma l’immagine parla chiaro: è un film del genere idiotello, non so, tipo “vacanze di natale” (con buona pace di quelli che si fanno due ore di coda in cinema gremiti e odorosi di ascella per vederlo ogni anno).

Sotto il titolo c’è scritto di nuovo, decisamente più grosso stavolta, “I Biograferne”.

Dunque: Bergman non sembra proprio; e l’umorismo di Allen è lontano anni luce.
Le mie convinzioni linguistiche stavolta cominciano a vacillare, e pur rifiutandomi di lasciare che vacillino anche tutte quelle belle-e-ordinate considerazioni sociologiche di cui sopra, mi decido.

Mi decido a chiedere cosa vuol dire.

E scopro l’orrenda verità: vuol dire, banalmente, ottusamente, fottutamente: “Nei Cinema”.

Ma va a caghèr..

Probabilmente sei troppo giovane per ricordarti del famoso B-movie “Anche gli angeli mangiano fagioli” con Bud Spencer e Terence Hill, di quegli spaghetti western dove finivano sempre a scazzottarsi. Beh il titolo si ispira a quello.

Copenhagen, esterno giorno.

Viuzza laterale piuttosto vicina al centro città.

Cammino. Incrocio una ragazza che porta a spasso un alano da un metro e quaranta al garrese, che chiamare vitello sarebbe come dare del pigmeo a un watusso.

Guardo meglio. La ragazza, non il cane.

E’ bellissima. Di una bellezza che lascia senza fiato, voglio dire. Bionda, occhio azzurro chiaro con un taglio stupendo, un viso perfetto. E il classico, nordico, banale (per loro), nasino all’insù. Beh, grazie al cazzo, qui per trovare una col canappione devi mettere un annuncio sul giornale a massima tiratura, e poi non è detto che la trovi.

Un incanto, insomma. Un sogno.

Per finire, attaccato sotto (tramite il collo) c’è un corpo da urlo. Da tanto che è bella, non ispira neanche sesso, per intenderci: è troppo perfetta.

Un Angelo.

Ostento indifferenza ma non riesco a distogliere lo sguardo, sono come pietrificato. Mantengo a fatica il controllo della mandibola per evitare che cada di peso, slogandosi.

A un certo punto succede qualcosa: l’Angelo col vitello al guinzaglio tossisce, una bella tosse grassa da fumatore incallito. Dopo l’emissione di fastidiosi rumori preparatori, di quelli che non è raro udire nei pressi del Bar dei Vecchi (*), spara giù dal marciapiede uno sputazzo dai colori autunnali che atterra con fragore.

Continuo a camminare, asserendo a me stesso nel misero tentativo di autoconvincermi “nah, dai, era un Angelo.. impossibile.. vero è che non ho mai visto un Angelo con un vitello, ma vero è anche che non ho mai visto un Angelo senza.. però lo era, ne sono sicuro.. ma sì, dai, cosa vado a pensare, il mio problema è che guardo troppi film ambientati nei Bar dei Vecchi..”

(*) non puoi dire che non sai cos’è, perché in Italia c’è un Bar dei Vecchi in ogni paese e in ogni contrada: quel bar dalle luci squallide dove si trovano, fumano (fumavano, prima di Sirchia), giocano a carte, bestemmiano, schiamazzano, bevono un piccolino di bianco e ricominciano giorno dopo giorno, ogni volta contandosi per vedere chi manca dal giorno prima.

Non tanto tempo fa un conoscente scriveva della Trusty Box nella classifica “i 10 motivi per cui rimango in Danimarca”, ed è stata una motivazione che ho apprezzato molto, non avendo purtuttavia mai visto coi miei occhi.

Cos’è la Trusty Box? Letteralmente è “la scatolina della fiducia”.

Ovvero, semplificare le cose.

In un ambiente tipo un ufficio o una fabbrica, o una scuola, o dovunque ci sia una comunità di gente che s’incontra, spesso il danese mette dei beni a disposizione insieme a una vaschetta (o scatolotto, o barattolo di piselli vuoto, quello che vuoi) che diventa la Trusty Box; tu prendi un bene, cacci la lira, e vissero tutti felici e contenti. Altro che macchinette supertecnologiche blindate come Fort Knox con controllo della rétina e chiave a transponder per succhiarti un euro a caffè o due a merendina con la certezza che neanche Mandrake ce la fa a fregare qualcosa.

Dove lavoro, c’è una sala ristoro, ed è un posto frequentato da gente di ogni genere: dipendenti sì, la maggior parte, ma anche esterni, gente che vedi una volta, gente di cui noi italiani -prevenuti- non ci fideremmo troppo. Nella sala ristoro c’è una Trusty Box.

Ed è una cesta piena di ognibendiddio: tavolette di cioccolata, sacchetti (sic! sacchetti!) di caramelle così pieni che la plastica è tesa, barrette energizzanti. E un foglio scritto a penna recita “7KR” che vuol dire 7 corone, meno di un euro. Tu prendi la barretta di cioccolata dadueettiemmezzo o il sacchetto che scoppia di caramelle e cacci le 7 corone nella vaschetta. Poi ogni tanto l’addetto svuota la vaschetta e va a ricomprare i beni dove costano poco.

Siccome è una cosa che fa piacere e costa poco, parecchia gente smolla la lira e si abboffa con la barretta; e la Trusty Box spesso gronda di soldi. Uno dice, aspetto che nel posto non ci sia nessuno e poi mi frego la Trusty Box e pure le cioccolate, le barrette energizzanti, le caramelle sperando che non esplodano, e tanti saluti.

Macchè.

Non succede.

Neanche i presunti tipi loschi lo fanno.

Perché? Perché è sbagliato :)

Evviva i danesi e la loro franca ingenuità. Spero davvero che nessuno stronzo venga a corrompere questa cosa bellissima che è la fiducia che la gente ha nel prossimo.

..le piccole soddisfazioni, cosa avevi capito? ;)

Nel posto dove lavoro adesso si fanno degli orari un po’ porci, nel senso che si inizia alle sette di mattina, però alle tre di pomeriggio sei fuori. Al mattino quando la sveglia suona non ci vuoi credere, però non si può dire che sia una brutta cosa se consideri l’uscita.

Poi, durante l’orario di lavoro devo dire che ci si diverte, perché la gente ha voglia di divertirsi mentre lavora: ed hanno ragione, sennò se ti rompi le palle non viene mai sera (beh, diciamo pomeriggio). Tanti sono pazzi da legare, ma così ci si diverte anche di più.

Il venerdì inoltre è un giorno speciale.

Intanto al mattino c’è un intervallo di mezz’ora con mega-colazione offerta dalla ditta. Intanto.

Non tutto tutto è offerto a dire il vero: se vuoi il super bombolone con tripla farcitura contemporanea (marmellata, insalata russa e salsa di salame) devi cacciare qualche soldino (mica tanti, a dire il vero, non ti compri neanche la brioche del giorno prima che il barista ti lascia a buon prezzo pur di liberarsene). Per il resto caffè, tè, latte, pane, burro, marmellata, biscotti, sono a disposizione dei dipendenti.

Poi si esce alle due invece che alle tre e anche questo rende il giorno speciale.

Ma la chicca è questa: alle 13:40 circa passano e dicono di mettere via tutto e di prepararsi. Perché?

Perché dalle 13:45 alle 14:00 si festeggia il weekend entrante bevendo birra, anche questa offerta dalla casa.

Non sono soddisfazioni?

PS: per i danesi l’insalata russa si chiama insalata italiana. E già questo un po’ disorienta. Poi con mia sorpresa ho scoperto che per loro esiste anche l’insalata russa. Che però è una variante dell’insalata italiana danese, ovvero l’insalata russa italiana, con dentro le rape rosse sminuzzate, che la rendono, appunto, rossa –> russa –> CCCP!

Qualche giorno fa, girando per il centro a piedi, ho avuto una strana sensazione. Sai quelle cose che non puoi descrivere ma che accendono dei campanellini nella testa. Sulle prime non ci ho badato, ma con un po’ di ritardo i campanellini hanno attirato la mia attenzione e ho realizzato. Erano suoni insistenti di clacson.

Devo aprire una piccola parentesi.

Il traffico di città, a Copenhagen, è estremamente quieto. Intanto ci sono decisamente poche automobili private, e comunque il rumore più irritante che si può sentire è una macchina che sgomma al semaforo, ma spesso trattasi di turchi con VW Passat modello 1976, ribassato, alettonato, minigonnato e cerchiinlegato, che non hanno capito che per orizzontalizzare le danesine non bisogna sgommare ma saper cucinare italiano.

Ogni tanto capita di sentire un colpo di clacson, e dico “un colpo”, intendendo una frazione di secondo, e probabilmente chi ha premuto il centro del volante non è stato un Danese, per i seguenti motivi:
1) i Danesi sono refrattari all’uso del clacson in generale. Quando chi ti precede è un impedito, attendi con pazienza e senza sonore bestemmie, con la rassegnazione di chi ne sa molto di filosofia Zen. Proprio non ci pensi: è il destino, e alla prossima svolta andrà meglio.
2) sulla strada, il rispetto del codice è degno di nota, e la volontà di agevolare il traffico travalica anche la tua fretta dannata di arrivare. In pratica, diciamocelo, manca la materia prima: non c’è nessuno a cui suonare.

Chiusa parentesi.

Ebbene, sento suoni insistenti di clacson; principalmente uno, e poi tanti altri nel coro.
Impossibile, dico fra me e me. La barbara usanza di attaccarsi al clacson ai matrimoni è una cosa che non può aver attecchito anche qui.
Cerco qualche segno nel traffico che possa spiegare.
Che ne so, qualcuno che ha parcheggiato l’auto di traverso nel centro di un collettore a tre corsie, qualcosa insomma di veramente serio.

Poi lo vedo.

Un camion, del tipo grande ma senza rimorchio, telonato con sponde; i teloni sono avvolti e lasciano scoperti i lati e il retro. Cartelli grandi come lenzuola (aspetta, SONO lenzuola) con scritto “FRI” campeggiano sui lati.
Ecce Sonatore.
E dietro, sul cassone, una masnada di giovinastri che schiamazza. Taluni addirittura con megafono.
Le sponde sono indispensabili, e capiremo presto perché.

Io invece non capisco ancora. Vedo questo camion passare, l’autista che col clacson intona un rap, i giovinastri schiamazzanti salutano auto, pedoni e ciclisti dicendo cose irriferibili (non perché sono brutte ma perché non le capisco), tutti sorridono e salutano di ritorno con trasporto.

Mi adeguo.

Al prossimo incrocio ne vedi un altro, e un altro, e quando i camion stracolmi si incontrano fra di loro come spettacolo è ancora più divertente.

Le automobili che il camion incontra suonano allegramente il clacson in risposta e poi proseguono sulla loro strada, felici di aver finalmente usato un dispositivo che è montato di serie ma che generalmente gli sfasciacarrozze, dopo una lucidatina, rivendono come “non usato” ai costruttori.

Un grosso punto interrogativo sulla mia testa rimane, tuttavia.

Arrivo a casa e chiedo a Tabby di spiegarmi cosa ho appena visto. Spiegazione.

Succede che alla fine di un corso di studi di 10 anni, prima del ginnasio, gli studenti affittano un camion, ci attaccano gli striscioni con la scritta “FRI” (free, ovvero “liberi!”) imbarcano una cassa di birra perché non si sa mai, e partono dalla scuola girando per le strade di Copenhagen.
Destinazione: le case di ognuno di loro. Dove si fermano una ventina di minuti, mangiano, bevono, imbarcano un’altra cassa di birra perché non si sa mai, e poi via a casa del prossimo.

Non avevo bisogno che Tabby mi raccontasse di quando lo ha fatto lei per capire perché, soprattutto verso sera, le sponde del camion siano quantomai utili.

I Danesi hanno un rispetto quasi assoluto per le regole; ma quando ci sono tradizioni come queste, vengono rispettate con la stessa assolutezza. Mancava poco e anche le macchine della polizia suonavano il clacson..

Dunque ho fatto la maionese fatta in casa. Anche perché dai rifiuti (diciamo da quel che resta) della maionese salta fuori il tortino di chiari d’uovo (quello vero!) al quale aggiungo qualche pinolo che Tabby gradisce particolarmente.
Siccome le uova scadevano ne ho usate diverse, e di maionese ne è saltata fuori un bel po’. Tuttavia abboffarsi di pane fatto in casa e maionese va bene una volta, ma poi diventa noioso e antiestetico. Per cui DING idea, faccio il vitello tonnato.

Ho comprato mezzo girello, l’ho legato, lessato con tutti i crismi (no, non con i “Crismi”: con carote, cipolla, sedano, ecc), affettato sottile sottile, macinato fini fini fini tonno capperi e acciughe, unita parte della maionese, stese le fette, coperto il tutto, fatto riposare. Finito.

Arriva il momento. Tabby non ha idea di cosa sia.

La faccio sedere, servo il vino appropriato, porto in tavola il piatto coperto, e con gesto teatrale tolgo il coperchio e dico in similfrancese macheronico “et voilà, Mademoiselle: le vitèl tonnée!”

Lei esibisce una faccia diffidente e fa “cos’è?”

Io dico eh beh una ricetta, un piatto freddo delizioso, perfetto per l’estate. Le Vitèeeel Tonnéeee!

Lei fa “cosa c’è dentro?”

Elenco i componenti, sicuro che da gente che mangia aringhe crude a pranzo e cena e pane e salame o pancetta cruda al mattino presto col caffè, non sarebbe arrivata nessuna obiezione.

Risultato: faccia scettica. “Vitello con il tonno? Carne e pesce insieme? Lo sai che mi piace come cucini, ma mi sembra azzardato. Comunque mi fido e ci provo”.

Prende un pezzo piccolo, giusto perché così se non le piace almeno non si butta via. Prova ad assaggiarlo. Nel frattempo suona il timer in cucina e vado a spegnerlo. Quando torno, 30 secondi dopo, sento dei suoni che se non fossimo in Danimarca, e in un’epoca diversa, avrei pensato al Tumulto dei Ciompi (*). In più Tabby ha il piatto pieno, e le guance così gonfie che per dirmi “è buono” pronuncia “HM BOFO”.

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Ecco la soluzione per pacificare il mondo! La cucina italiana!

Gli americani mangiano delle schifezze, per questo devono andare in giro a fare guerre per “convincere” la gente. Se fosse stato per noi, in Iraq, non c’era mica bisogno di bombardare. Si faceva una bella spaghettata aiooio, sui secondi si stava attenti e si glissava sulle costine di maiale e la spalla cotta (non molto amati dagli islamici), un bel dolce ipercalorico della nonna, vero caffè e grappino veneto, e vedevi che le cose si sistemavano. Tutt’al più ci sarebbe stata qualche vittima tra i civili per via dell’inaspettato eccesso di colesterolo che avrebbe fatto scoppiare qualche arteria inadeguata, ma trascurabile rispetto al casino che hanno fatto quelli che credono che andare da McDonalds rappresenti veramente un pasto.

E dopo questo mi danno il Nobel per la Pace.. :)

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(*) Il Tumulto dei Ciompi, che trovi descritto su wikipedia, non ha niente a che fare con tutto questo, però è bella l’assonanza tra questo evento e il “chomp chomp”, che i fumetti ci hanno insegnato essere il suono di chi mangia con gusto.

Fiduzia l’ho preso in prestito da una canzone dell’indimenticato album di Andrea Mingardi, precisamente Gisto e Cesira. In calce trovi il testo iniziale della canzone, in vernacolo emiliano e tradotta in italiano.

Mi sono finalmente comprato una bicicletta.

Figata, una MTB (Mountain Bike), blu, piena di sospensioni, molle dappertutto, il risultato è che nonostante sia in alluminio pesa come una portaerei in assetto da combattimento con tutti gli aerei sopra. Ma non è un problema, non devo farci il Sella e il Pordoi, la Danimarca è piatta come un’asse da pasta, la cosa importante è prendere velocità; il problema è semmai, quando dopo chilometri l’hai portata a velocità smodata, frenare la portaerei.

Comunque, era in “tilbud”, cioè in offerta speciale, e ho capito perché:

A) te la devi montare tu.

B) aveva evidentemente un problema con le camere d’aria.

Il risultato è stato che:

A) Fortunatamente le molle sono già compresse, sennò con la mia abilità (e fortuna) il mollone centrale mi decollava e lo ritrovavano in centro africa dove una tribù un po’ indietro avrebbe cambiato culto e venerato La Grande Molla. Almeno fino alla prossima bici dove mi partiva qualcos’altro e atterrava nello stesso posto. Però ho porconato (proferito blasfemie) un pomeriggio intero per trovare le chiavi giuste per stringere viti e serrare bulloni e brugole, ma alla fine è andata insieme. Il manubrio è ancora un po’ lasco ma spero di trovare la brugola giusta presto. Nel frattempo uso i pali dei semafori per aggiustare le cose quando col manubrio punto da una parte e la bici va da un’altra.

B) mi sono recato al vicino negozio di biciclette, dove mi sono servito del gonfiagomme esterno al negozio (qui tutti i negozi di bici hanno un tubo in pressione, a disposizione fuori dal negozio, che puoi usare senza neanche dire bao all’esercente; il quale si è infatti stupito quando gli ho chiesto se potevo usarlo. Usanze diverse). Ebbene, sono certo che la gomma era ancora molle, quando l’esplosione della camera d’aria posteriore ha lacerato il silenzio del tranquillo quartiere allarmando la gente da una certa età in su. Infatti siccome l’ultimo attentato qui è stato nel 1967, solo le persone più in età se lo ricordano. I giovani hanno pensato a una trovata pubblicitaria della locale birreria, tirando innanzi e annotando mentalmente che è ora di andare a controllare in tutti i pub circostanti se ci sono birre nuove. Dopo rinnovati porconamenti lascio la bicicletta al biciclettaio e procedo a piedi (stavo andando al lavoro). Tra parentesi, il biciclettaio è un turco perfettamente integrato che pronuncia smørrebrød (il pane) e Sjælør (il posto dove vivo) meglio dei danesi che sono danesi da generazioni.

Per il resto la bicicletta funziona bene: come la moto di John Holmes, non dà pene.

Ma veniamo alla Fiduzia, che in italiano vuol dire “Fiducia”.

Quando ho comprato la bicicletta, c’era un accessorio che si poteva comprare a parte: una specie di lucchetto corazzato da fissare graniticamente al telaio, così non sbatte tintinnando ogni volta che c’è un’asperità del terreno, non lo dimentichi in giro, eccetera. Bene, ‘sto lucchetto costa tipo 10 euro e comprende anche un’assicurazione. Se ti fregano la bicicletta, se puoi provare di avere il lucchetto (ti rilasciano il certificato), te la rifondono interamente.

OK, io sono italiano, e sono rimasto di carta. MA COME! Provare che avevi il lucchetto? E se uno lo compra e non lo monta? E se uno non lo chiude? No no, si va sulla fiducia, dice il commesso, e più stupito di me aggiunge che è chiaro che se uno lo compra poi diligentemente lo monta e lo chiude ogni volta che la bici potrebbe essere in periglio.

Ora, io non voglio offendere i Napoletani onesti, ai quali chiedo venia per lo stereotipo che si portano appresso, ma una cosa così a Napoli, te la immagini? La moltiplicazione dei pani e delle MTB. Quante biciclette blu piene di molle ci sarebbero in giro? E quanti fallimenti di agenzie di assicurazioni?

ANT

PS segue il testo della prima strofa di Gisto e Cesira.

Me son Gisto e te Cesira,

siamo soli, l’è bela sira,

con uno stratagemma astuto degno di Richelieu,

cun al me muturèn at’ho purtè in mes a un prè,

ai ho fat feinta ch’al s’è scasà in coursa,

con la ciaf ingleisa a fag al siòc,

mentre te per la fiduzia t’è rampicada in vatta un alber d’albicoc..

Traduzione:

Io sono Gisto e tu (sei) Cesira,

siamo soli, è già sera,

con uno stratagemma astuto degno di Richelieu,

con il mio motorino ti ho portata in mezzo ai campi,

ho fatto finta che si è rotto,

faccio lo sciocco con la chiave inglese,

mentre tu per la fiducia ti sei arrampicata in cima a un albero di albicocche.

Tak for Sidst.

Vuol dire grazie per la volta scorsa (che ci siamo visti).

Dunque ero a una festa. A un certo punto si avvicina un’amica, che però è anche un gnoccolone orizzontabilissimo, di quelli che lupo ululì, e mi abbraccia e mi bacia (senza lingua, cosa stai pensando!) e mi dice “grazie per la volta scorsa”.

Allora: io sono italiano, e anche con i migliori sforzi non riesco ad allontanare da me più di tanto quello che è volgarmente chiamato “italian stallion pensiero” per cui i miei neuroni e sinapsi si tuffano tutti insieme ad elaborare cos’è successo.

a) evidentemente Tabby non lo sa visto che è di fianco a me e non fa neanche una piega.

b) se l’avessi trombata me lo ricorderei piuttosto bene.

c) non me lo ricordo.

d) probabilmente all’ultimo party ero ubriaco stenco e quello è il motivo per cui non me ricordo.

e) con ottima approssimazione, stante che ero ubriaco e non mi ricordo, abbiamo fatto sesso.

Il tutto naturalmente avviene in una frazione di secondo; io sono ancora stordito dall’evento, dopodiché arriva un altro amico, lei gli va incontro lo abbraccia e gli dice “grazie per la volta scorsa”.

I miei neuroni si coalizzano e formano nella mia mente la frase “Brutta Zoccola”. Sì, con le Maiuscole.

Siccome ho ancora la faccia statica, fatti salvi alcuni tic che pervadono la mia muscolatura del viso visto l’intenso pensare, qualcuno si preoccupa (la zoccola) e mi chiede cosa c’è. Io freno i tic e, con completa padronanza di me, utilizzando tutte le astuzie verbali ed i giri di parole che la dialettica consente dico scusa ma non ricordo cosa c’è stato tra noi la volta scorsa.

Il suo ragazzo, il ragazzo della Zoccola intendo, presente a tutte le dichiarazioni, e dalle mie sinapsi classificato nel seppur breve processo come voyeur pervertito che si diverte a dar via la sua Ciccina, interviene dicendo una cosa non del tutto inutile: cioè che forse non sono al corrente del modo di dire.

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Ebbene, ho scoperto che i Danesi hanno questa simpatica abitudine di dire “grazie per la volta scorsa” ogni volta che si incontrano a un party. Ed è molto carino da parte tua dirlo, quindi diciamolo. Anche perché se non lo dici è tollerabile ma insomma, sei uno che sta troppo sulle sue. Hehe, ma attenzione. Sembra facile: uno lo spara ogni volta che incontra un amico o un’amica a un party ed è fatta. Eh NO. Non è sempre vero.

Esempio. Oggi vado a un party e incontro A e B. Fra 3 giorni incontro A al supermercato e gli dico ciao (non gli dico “grazie per la volta scorsa” perché vale solo quando ti incontri a un party o qualche occasione divertente). Fra una settimana incontro A e B, al prossimo party; lo potrò dire solo a B, perché A l’ho incontrato al supermercato o al centro commerciale e ciò ha neutralizzato l’incantesimo.

Non importa se quando ho incontrato A al centro commerciale c’era fuori un dolby surround 7+1 della sony a 35 euro compreso consegna e installazione, il che rende la situazione automaticamente divertente (anche perché l’ha comprato anche A, quindi ci siamo divertiti in due). No no.

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La mia considerazione è che sono fottuto. Con la mia memoria, ricordarmi di tutti quelli che l’ultima volta ho visto al party e quelli che invece nel frattempo ho visto al centro commerciale, è un’impresa comparabile a progettare uno Shuttle Columbia.

Sono condannato: a rimanere nella mediocrità o a fare figure di merda.

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Aggiornamento: ho provato una nuova formula. Noi italiani siamo sempre fantasiosi ed innovativi, per cui l’ultima volta che siamo andati al cinema in compagnia (divertente, ma non annoverabile tra le occasioni in cui dirlo, per cui avrei dovuto resettare il counter “della volta scorsa” per alcuni e non per altri) ho fatto una cosa.

A fine serata, quando ci siamo salutati, ho abbracciato, baciato, e detto “grazie per la prossima volta”.

Erano spiazzati.

Tiè!

Risposta via email a una mia sorella che mi chiedeva a proposito del primo maggio.

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> P.S. Ma il primo maggio è primo maggio anche lì?

Si si, anche qui.

 

Anche se qualcuno lavora lo stesso, non è come da noi che chi lavora è un crumiro :)

 

L’altro ieri sera abbiamo fatto i galletti e siamo andati a letto tardino, e naturalmente alla mattina alle 7 in un cantiere vicino c’era un tipo che spostava delle lunghe assi di legno; ma invece di portarle sulla spalla come chiunque farebbe, le trascinava tenendole per un capo mentre l’altro strofinava sull’asfalto con quel suono continuo e delicato, interrotto di quando in quando da un ghiaietto che faceva cessare il suono per qualche frazione di secondo ma poi lo impreziosiva quando l’asse atterrava di nuovo sull’asfalto.

Un piacere, se stai dormendo. Se sapevo il danese abbaiavo qualcosa fuori dalla finestra :)

 

Loro poi hanno un’altra festa, venerdì, che era originariamente una giornata in cui i bambini stavano a casa da scuola per andare nei campi ad aiutare a raccogliere qualcosa che non ho capito, ma è una cosa con dentro tante ø e tante æ che ci ho dato su prima di sintetizzare lo spelling nel mio cervello. Poi la chiesa si è impossessata della festa e l’ha chiamata in un altro modo con tante æ e tante ø ma che suona circa nello stesso modo.

Comunque, stringi stringi, stanno a casa anche il 5 di maggio.

Ciao

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